La flessibilità sostenibile che mette il lavoratore al centro

By 8 febbraio 2018lista insieme, Politica
flessibilità lavoro

Lavorare meno, lavorare meglio, lavorare tutti

di Giulio Santagata

L’accordo sulla flessibilità contenuto nel nuovo contratto dei metalmeccanici tedeschi può indicare una strada da seguire ma evidenzia, se ancora ce ne fosse bisogno, che il lavoro sarà sempre più scarso e che dovremo imparare a distribuirlo.

 Lavorare meno lavorare tutti, da uno slogan degli anni ’70, è diventato una linea di politica industriale. Se la tecnologia distrugge più lavoro di quanto ne generi e se la globalizzazione consente di sostituire i lavoratori “ricchi” dell’Occidente con lavoratori poveri dei paesi emergenti allora la merce che davvero diventa rara sono i posti di lavoro.
 Una merce appunto e non più il pilastro irrinunciabile delle nostre società. Il lavoro si può sostituire con le tecnologie e si può trattarlo con il metro esclusivo della sua produttività.
 Certo la produttività è elemento indispensabile per consentire alle nostre economie di reggere la concorrenza globale ma i frutti della crescita di produttività, in gran parte legati proprio allo sviluppo tecnologico, debbono essere fruiti da tutta la società e non possono essere accaparrati da un numero sempre più esiguo di super ricchi che lasciano al lavoro solo le briciole.
 Il caso tedesco ci fornisce delle importanti indicazioni. Anzitutto ci segnala che la produttività è essenzialmente il prodotto di buoni investimenti e di un ambiente economico e sociale favorevole.

In un sistema dove le imprese investono e lo stato favorisce la crescita si creano le condizioni per redistribuire più equamente la ricchezza e per riconoscere al lavoro il suo ruolo centrale per il funzionamento della società.

In Germania ci sono le condizioni per una redistribuzione che non sia esclusivamente monetaria, ma che investa i tempi di lavoro e di vita e quindi la qualità stessa della società.

In Italia la produttività stenta a tenere il passo delle economie più dinamiche certo per la qualità complessivamente mediocre del nostro sistema a partire dalla pubblica amministrazione, ma anche per un’endemica carenza d’investimenti innovativi da parte delle nostre imprese.

Senza l’apporto di uno Stato più efficiente e d’imprese più dinamiche non ci sarà molto da redistribuire e il lavoro è destinato a diventare sempre più povero.

Vorrei sottolineare un ultimo punto: il ruolo del sindacato. La presenza di un sindacato forte e moderno è stata la condizione necessaria per poter avviare questa importante innovazione. Il lavoro frammentato, lasciato solo di fronte alle innovazioni è destinato a vedere ridotto il suo ruolo e a diventare una merce tra le tante, senza vedersi riconoscere il valore sociale che merita.

Questo articolo è stato pubblicato su Huffington Post

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