Le disuguaglianze non sono endemiche nella nostra società, non sono un prezzo da pagare alla modernità, al progresso e alla crescita; non sono la conseguenza naturale della crisi, ma ne sono state la causa.

Le disuguaglianze non sono inevitabili: sono figlie di precise scelte politiche ed ideologiche al servizio del profitto di pochi, che hanno determinato lo stallo dell’economia, l’esplosione della precarietà e ci rendono disarmati di fronte alle sfide di un mondo instabile.

Per troppo tempo è stata dominante la convinzione che una maggiore crescita del reddito della parte più ricca della popolazione e una riduzione del costo del welfare avrebbero alimentato gli investimenti e trainato la società nel suo insieme. L’esperienza dei paesi più avanzati e più attrezzati, delle società più coese ci dice che è vero il contrario: la concentrazione del reddito e della ricchezza è un freno alla crescita e ridurre le disuguaglianze ha un effetto positivo non solo sulla coesione sociale, ma anche sulla sostenibilità dello sviluppo.

Oggi, dopo anni di tentativi di riduzione del debito pubblico e politiche di tagli dissennati che hanno di poco ridotto sprechi e privilegi, il nostro Paese è tra i più diseguali nel panorama occidentale. L’Istat ci dice che 3 persone su 10 sono a rischio povertà e che l’1% della popolazione possiede il 25% della ricchezza nazionale. La lotta alle disuguaglianze e in particolare la parità di accesso per tutti alle possibilità di formazione e lavoro di qualità dev’essere il pilastro su cui si costruisce uno stato equo e moderno, ed è la lente attraverso la quale la lista Insieme costruirà le sue politiche e l’azione di governo.

Non si tratta solo di una doverosa e imprescindibile lotta alla povertà, ma di una spinta al riequilibrio di una società che ha visto scivolare una parte importante dei suoi cittadini in sempre più ampie aree di esclusione dai diritti di cittadinanza e in preda a problematiche legate alla formazione e alla ricerca di un lavoro dignitoso. Il ceto medio, tradizionalmente custode della stabilità democratica e motore dello sviluppo economico, sta arretrando non trovando più nel lavoro la sua spinta vitale.

È necessario investire concretamente in conoscenza e istruzione, riqualificare la scuola, in particolare quella tecnico-scientifica e l’università, valorizzare la nobile funzione di insegnanti e docenti.

Conoscenza e istruzione sono lo strumento più potente per riequilibrare un Paese con scarse risorse materiali e popolazione attiva in diminuzione.

Dobbiamo intervenire rendendo reale il diritto allo studio e riqualificando la scuola e l’università.

Ciò significa invertire la tendenza che ci vede nelle ultime tre postazioni su scala europea per investimenti in formazione: 65 miliardi di euro in Italia contro 127 miliardi in Germania. La conseguenza di politiche sbagliate su questo fronte ha portato al crollo delle iscrizioni universitarie e all’aumento dell’abbandono scolastico.

Le difficoltà economiche delle famiglie e una formazione non in sintonia con i cicli di innovazione stanno portando alla perdita progressiva di valore nel mercato del lavoro e minando alla base le politiche per l’uguaglianza per le prossime generazioni.

La scuola, così come l’università, deve essere accessibile e di qualità. Deve integrarsi nella società, innovandola e anticipandone il cambiamento.

Bisogna dire basta al susseguirsi di riforme inadeguate ai tempi e a interventi spot. Bisogna restituire dignità alla classe docente offesa da riforme sbagliate che hanno solo ottenuto l’obiettivo di frustrare e non solo sotto il profilo economico una categoria di lavoratrici e lavoratori che sono da sempre stati fondamentali per la formazione e la crescita dei nostri figli. Stiamo (se non l’abbiamo già fatto) distruggendo un patrimonio che era un’eccellenza del nostro paese.

È necessario puntare sui settori in grado di creare nuove prospettive economiche, valorizzando il nostro enorme patrimonio culturale, industriale e ambientale, adattando e allargando i percorsi scolastici e formativi.

Insieme Propone come prime misure urgenti

  • L’inserimento in Costituzione del principio della sostenibilità dello sviluppo
  • Un Piano triennale che porti i fondi da destinare all’Università e alla ricerca ai livelli di Germania e Francia
  • L’incremento dei fondi e l’estensione delle aree di esenzione dalle tasse universitarie
  • L’incremento degli stipendi agli insegnanti in funzione delle reali ore di lavoro
  • L’istituzione di un servizio civile obbligatorio e remunerato
  • La costituzione di un fondo per la formazione tecnico-scientifica per l’attribuzione di assegni di studio, utilizzando i fondi del bonus studenti
  • Il contrasto alla dispersione scolastica